Ci sono voluti sette anni per riscrivere la geografia del pubblico impiego. Dopo mesi di trattative è arrivato l’accordo definitivo.

L’Aran, l’agenzia governativa che si occupata dei negoziati, e i sindacati hanno sottoscritto il testo che ridisegna i settori della contrattazione della Pubblica amministrazione. L’intesa è articolata in 12 articoli.

Viene innanzitutto definito il nuovo perimetro. Il pubblico impiego non sarà più diviso in undici settori ma in quattro, a cui corrisponderanno altrettanti contratti. Una mappa semplificata che attua, dopo diversi anni, la legge Brunetta del 2009. I comparti previsti saranno i seguenti:

  • Funzioni centrali con 247 mila dipendenti;
  • Funzioni locali con 457 mila persone;
  • Sanità con 531 mila tra infermieri, medici e amministrativi;
  • Istruzione e ricerca con ben 1 milione e 111 mila lavoratori.

L’ESCLUSIONE
Dalla griglia dei quattro comparti è stata esclusa la presidenza del Consiglio dei ministri, che con i suoi 1.900 dipendenti e 300 dirigenti continuerà a rimanere isolata in un comparto a sé, perché nessuno dei decreti attuativi della legge del 2009 ne ha previsto l’inclusione nel nuovo assetto della Pa. Sanità ed enti locali escono quasi immutati dalla riforma, che unisce invece tre grandi settori come la scuola, l’università e la ricerca in un unico gruppo, il più grande.

L’accordo, infine, accorpa il resto dell’amministrazione centrale, oggi suddivisa fra ministeri, agenzie fiscali come le Entrate e le Dogane, gli enti pubblici non economici e via dicendo. Le aree dirigenziali sono ridotte da otto a quattro: 6.800 dirigenti nel comparto dello Stato 15.300 negli enti locali, 7.700 nell’area della conoscenza e 126.800 nella sanità, quasi tutti medici. L’accorpamento delle aree contrattuali impone aggregazioni anche tra i sindacati.

LA RAPPRESENTATIVITÀ
Per essere rappresentativi, con le nuove regole, si dovrà raggiungere almeno il 5% nella media di voti e di deleghe nelle Rsu, per cui più i confini sono larghi più c’è bisogno di iscritti per superare la soglia richiesta. Al fine di evitare la scomparsa delle sigle più piccole l’accordo ha previsto una soluzione ponte, ovvero una finestra temporale di 30 giorni per le alleanze. In sostanza, i sindacati meno rappresentativi avranno tempo fino alla vigilia di Ferragosto per aggregarsi, così da poter continuare a sedere ai tavoli delle trattative.

Nell’accordo c’è un’altra clausola importante che riguarda più da vicino i dipendenti pubblici.

È stato infatti confermato il principio per il quale la fusione dei vecchi comparti non produrrà subito regole uguali per tutti. I quattro contratti nazionali, infatti, potranno essere divisi in “parti comuni”, ovvero le regole di base su malattie, permessi e giorni di ferie, e “parti speciali” per regolare gli aspetti più caratteristici dei rispettivi comparti.

Un compromesso per salvaguardare realtà diverse fra loro. In particolare, il settore della conoscenza con ricercatori, insegnanti, docenti universitari e amministrativi, che hanno buste paga molto differenti.

La definitiva riduzione dei comparti è la premessa, imposta dalla riforma del governo Berlusconi, per far ripartire la trattativa sui contratti, sbloccati dalla sentenza della Corte costituzionale di fine luglio 2015. Superato lo scoglio delle aree un nuovo problema investe il governo, chiamato a proporre un rinnovo con solo 300 milioni di euro sul tavolo.

Fonte: Indire