Ci sono momenti dell’evoluzione tecnologica che aprono finestre sul futuro

Il «Viaggio nell’Italia che Innova» del Sole 24 Ore è un’occasione unica per incrociare momenti del genere: decine di imprese che hanno una risposta originale alla sfida dell’economia contemporanea si incontrano con i leader politici, gli analisti e gli economisti per scoprire se, in fin dei conti, esiste davvero una via italiana alla quarta rivoluzione industriale.

Ricercatori del Cern e dell’università di Brescia studiano la possibilità di sfruttare le proprietà dei raggi cosmici per leggere quello che succede all’interno degli altoforni. E alla Ergolines Lab di Trieste, applicano le leggi dell’elettromagnetismo per eliminare le imperfezioni nell’acciaio.

In diverse grandi grandi aziende tedesche, come la Bosch, connettono i dati raccolti dai sensori nelle linee produttive a software a base di intelligenza artificiale per prevedere le necessità di manutenzione delle macchine. E alla Solair di Casalecchio di Reno, la prima startup italiana comprata dalla Microsoft, scrivono un software che consente agli umani di aggiungere le loro osservazioni all’analisi automatica svolta dai sistemi per la manutenzione predittiva. Intanto, la piattaforma Tech-Marketplace, realizzata da Intesa Sanpaolo in collaborazione con la Piccola Industria di Confindustria, mette in relazione startup, piccole imprese e grandi colossi per facilitare lo scambio di soluzioni tecnologiche e ha ottenuto oltre 6mila iscrizioni nel giro di sei-sette mesi. Dimostra che la domanda e l’offerta di innovazione si cercano, non sempre si trovano, ma sono diventate decisive per il futuro dell’economia.

Perché la quarta rivoluzione industriale di fatto è un’estensione della grande trasformazione introdotta dalle reti digitali nel mondo della manifattura avanzata. E dunque investe il cuore dell’economia italiana come mai era riuscita a fare l’avanzata di internet. Qui si parla di robot, di macchine per la produzione industriale, di intelligenza artificiale e big data, di nuovi materiali e biotecnologie, applicati alla manifattura.

E l’Italia, che poteva forse limitarsi a consumare fino a che il digitale era limitato al mondo delle comunicazioni e dei servizi, oggi è chiamata a partecipare attivamente all’innovazione. Non solo per non perdere la sua identità di Paese industriale e produttivo, ma anche e soprattutto per cogliere tutte le opportunità offerte dalla nuova ondata di innovazione.

Non per nulla, la ricerca della via italiana alla quarta rivoluzione industriale ha superato il confine del mondo imprenditoriale per conquistare attenzione a tutti i livelli, compreso persino il dibattito politico, come dimostra la bella indagine conoscitiva condotta in materia dalla X Commissione della Camera dei deputati presieduta da Guglielmo Epifani e che ha ottenuto il plauso di Confindustria e del Governo.

Tanto che il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda l’ha presa come punto di riferimento per precisare la sua agenda: stabilire entro una settimana una “cabina di regia” che metta insieme i ministeri competenti – Mise, Miur, ma anche Mef e presidenza del Consiglio – i tre Politecnici e il Cnr, Confindustria, la Cassa Depositi e Prestiti e vedremo chi altri; e poi annunciare entro la prima settimana di agosto le prime misure concrete e precisare la strategia, fondata sui grandi temi degli incentivi agli investimenti innovativi e della modernizzazione dei fattori abilitanti – dalle competenze alle infrastrutture, dagli standard ai format di collaborazione per l’innovazione aperta.

Ma tutto questo descrive solo una cornice delle risposte alle domande che ci stiamo ponendo. Da dove parte e per dove passa la via italiana alla quarta rivoluzione industriale? Come può riuscire l’industria italiana a sviluppare la sua capacità di generare valore in un contesto economico nel quale l’architettura tecnologica sembra essere definita altrove, negli Stati Uniti o in Germania?

La terza tappa del Viaggio nell’Italia che Innova ha cercato di rispondere a queste domande. Durante il meeting si sono incontrate decine di imprese con un’interpretazione della sfida contemporanea e che in base ad essa riescono a vincere sul mercato.

Si tratta di imprese che vivono nell’economia della conoscenza, un contesto nel quale il valore si concentra sull’immateriale: la ricerca, il design, l’informazione, l’immagine, le relazioni organizzative e innovative con i fornitori e i clienti. Imprese che nella dinamica tecnologica vedono un fattore essenziale ma non isolato. Imprese che cercano di essere fino in fondo parte dell’elaborazione culturale e sociale che caratterizza la contemporaneità. E che grazie a questo definiscono una prospettiva di crescita. Coltivando i loro talenti.

Fonte: Indire